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Il più semplice dei big tra i big d'America
A dispetto di chi lo vuol mettere alla gogna ed archiviarlo come un povero emigrante senza epigone, Lino Manocchia è da diversi lustri un protagonista del teatri giornalistici radiotelevisivi e molto di più di quel che i suoi invidiosi e biliosi nemici, meno dotati e meno audaci, petulantemente gli contestano. Miscela esplosiva di estro e di calcolo, impulsività e scetticismo, spregiudicatezza e circospezione. Non è un uomo, è un Concorde. Eppure non c’è interlocutore più amabile ed agguerrito, conversatore malizioso, cortese,metaforico, allusivo, pesa le parole, misura i gesti.
Brusco e squisito, irruente e disarmato, impulsivo, sommesso e altero, docile e perentorio. Nessuno riuscirà mai a decifrarlo. Lino si reputa "artigiano" della penna. Pensa chiaro, e chiaro scrive, sia in una intervista ad un Ambasciatore che ad un "uomo qualunque". E’ uno che sa il fatto suo, meglio di chi gli fa la guerra, ma lui nondimeno li esprime,incurante di anatemi e censure”. In qualche parete dell’osannato giornalismo d’America è “appeso” questo ritratto, fedele, quasi iperrealista, di Pasquale Manocchia, per tutti Lino. E’ tale e quale ho imparato a conoscerlo, ad ammirarlo, ad amarlo, galeotta l’apparentemente fredda corrispondenza elettronica. Con lui, big tra i big nientemeno negli Usa, converso come se fosse davvero l’amico della porta accanto, magari l’uno e l’altro immaginandoci davanti ad una buona tazza di caffè (rigorosamente alla napoletana, non all’americana) o ad un bicchiere di whisky. E’ così che è nata, a distanza di migliaia di chilometri eppure mai sentita tanto vicina, l’intervista di cui Lino Manocchia mi ha onorato. ( lraim)
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